domenica 19 agosto 2012

Henry Gustav Molaison e i disturbi della memoria



 
 
 
 
Henry Gustav Molaison, conosciuto anche come H.M. o Henry H. (Brooklyn, 26 febbraio 1926Hartford, 2 dicembre 2008), è stato un paziente affetto da gravi disturbi mnestici.
Lo studio di questo paziente, fino alla fine degli anni cinquanta, ha permesso lo sviluppo di una serie di teorie circa il collegamento esistente tra funzionamento anatomo-fisiologico del cervello e memoria nel contesto della neuropsicologia. Ha vissuto in una casa di cura nel Connecticut dove è stato soggetto a ricerche fino alla sua morte, avvenuta il 2 dicembre 2008.[1]
Storia
H.M. soffriva di una grave forma di epilessia farmaco-resistente, da molti ritenuta attribuibile ad un incidente in bicicletta che aveva subito all'età di 9 anni. Egli soffriva di crisi parziale semplice con evoluzione in crisi tonico-clonica all'età di 16 anni. Nel 1953 fu mandato presso il dottor William Scoville, chirurgo al Hartford Hospital, per un trattamento.[2] Scoville riuscì a localizzare l'origine dei suoi attacchi epilettiformi nel lobo temporale mediale
 
Henry Gustav Molaison
  
suggerendo l'ablazione chirurgica dello stesso come terapia. Il 1º settembre 1953 il dottor Scoville procedette nell'asportazione di parte di entrambi i lobi temporali del cervello del paziente.[2] Ad H.M. furono asportati, quindi, i tre quarti della formazione ippocampale, il giro paraippocampale (la corteccia entorinale fu completamente distrutta) e l'amigdala. Il suo ippocampo era interamente silente ed i 2 centimetri rimanenti di tessuto ippocampale risultarono atrofizzati, probabilmente perché la corteccia entorinale (che costituisce la via d'ingresso principale a questa formazione) è stata completamente distrutta. Ha subito inoltre la rimozione di parte della corteccia temporale anterolaterale.
Dopo l'operazione egli cominciò a soffrire di una grave forma di amnesia anterograda: anche se la sua memoria a breve termine sembrava intatta, egli non riusciva ad accumulare, ritenere o recuperare nuovi ricordi. In accordo con alcuni scienziati (e.g., Schmolck, Kensinger, Corkin, & Squire, 2002), quello di H.M. era un deficit nella capacita di formare nuova conoscenza semantica. Egli inoltre soffrì di moderata amnesia retrograda, infatti non riuscì a rievocare molti dei suoi ricordi fino a 3-4 giorni prima dell'intervento, ed anche qualcuno risalente fino all'undicesimo giorno prima. Ciò stava ad indicare come tale amnesia sfumasse nel tempo. Comunque, la sua abilità di formare tracce di memoria procedurale rimase intatta, perciò egli poteva, ad esempio, apprendere nuove abilità motorie, pur non riuscendo a ricordare esplicitamente di averle apprese.
Il caso fu portato all'interesse scientifico dallo stesso Scoville e dalla dottoressa Brenda Milner nel 1957.[2]
Nuove scoperte sui sistemi di memoria
La particolarità del caso H.M. era quella di aver subito lesioni estremamente precise e circoscritte, le sue carenze cognitive, infatti potevano essere fatte risalire proprio alla mancanza di queste aree. Circostanza 
 
 
RAPPORTI TRA TALAMO, IPPOCAMPO, AMIGDALA, CERVELLETTO
  
molto importante vista l'assenza, a quel tempo, di strumenti di brain imaging a sufficiente risoluzione spaziale da permettere di delineare l'effettiva estensione di lesioni in un paziente. È per questo che egli ha apportato informazioni fondamentali per la comprensione delle funzioni mnestiche nel cervello "normale".
In particolare, egli riusciva in compiti che richiedevano l'uso della memoria a breve termine e procedurale, ma non quelli riguardanti la memoria semantica a lungo termine. Suggerendo che la sede di questi sistemi di memoria sia mediata, del tutto o in parte, da differenti aree del cervello. Allo stesso modo, H.M., non poteva più consolidare nuovi ricordi, ma poteva accedere a trecce che esistevano prima dell'operazione chirurgica, ciò suggeriva che la codifica e il recupero di informazioni nella memoria a lungo termine fosse mediata da sistemi differenti.
 
Il contributo alla scienza
Lo studio di H.M. ha rivoluzionato le conoscenze sull'organizzazione della memoria umana. Ha provveduto a modificare il vecchio assetto teorico e portato alla produzione di nuove teorie, con particolare interesse verso i processi e le basi neurali sottostanti.
 
L’intervento chirurgico
Fino all'eta di 10 anni, H.M. soffriva di attacchi epilettiformi sempre più frequenti. Col tempo la comparsa di tali accessi diventò sempre più numerosa, al punto da 
 
Henry Gustav Molaison 2
  
indurre il suo medico all'ipotesi di asportare chirurgicamente la foce dalla quale si propagavano gli attacchi. Quindi nel '53 H.M. subì l'asportazione dei lobi temporali mediali con un'operazione del chirurgo William Scoville. Riguardo all'esatta porzione di corteccia rimossa Scoville e Milner dissero:

« è stata svolta una resezione bilaterale dei lobi temporali mediali, avanzando posteriormente per una distanza di 8 cm dal punto centrale del bordo del lobo temporale, con il corno temporale a comporre il margine laterale della resezione. »
Quando H.M. si riprese dall'intervento, che alleviò sensibilmente la gravità dei suoi disturbi, vennero identificati alcuni seri effetti collaterali, descritti da Scoville e Milner come una "perdita completa della memoria per gli eventi [...] assieme ad una amnesia retrograda parziale fino a tre anni prima dell'operazione". Fu costatato inoltre dagli stessi che "le memorie precoci sembrano apparire normali, non ci furono alterazioni della personalità o deficit intellettivi generali".
Amnesia
Le condizioni generali di H.M. furono descritte come amnesia anterograda severa "temporally graded" (Smith & Kosslyn, 2007). H.M. risultava incapace di 
 
 
RAPPORTI TRA TALAMO, IPPOCAMPO, AMIGDALA, CERVELLETTO, dettagli
  
formare nuove memorie di eventi e di nozioni semantiche; essenzialmente egli viveva nel passato (Corkin, 2002). H.M. non mostrò mai segni di deficit mnestici prima dell'operazione, la rimozione dei lobi temporali mediali fu quindi ritenuta responsabile dell'amnesia. Di conseguenza le aree rimosse furono ritenute responsabili della formazione di memorie semantiche e episodiche a lungo termine. In più tali conclusioni sono state corroborate da studi su pazienti con altre tipologie di lesioni alle strutture del lobo temporale mediale.
A dispetto dei deficit mnestici, H.M. mostrava abilità intatte nei test di intelligenza e mostrava capacità di linguaggio normali; indicando come alcune funzioni di memoria (magazzino a breve termine, vocabolario, fonemi...) non siano stati intaccati dall'intervento (Smith & Kosslyn, 2007; Corkin, 2002). H.M. era capace di ritenere informazioni per un breve periodo di tempo, ciò è stato testato tramite esperimenti di memoria a breve termine, in cui la sua performance risultò essere del tutto sovrapponibile a quella dei soggetti di controllo. Questo proverebbe come la memoria di lavoro non facesse affidamento sulle strutture temporali mediali. In più supporta la distinzione generale che vede la memoria a lungo termine e quella a breve termine come sistemi separati, così come quelli inerenti alla produzione e alla comprensione linguistica.
Apprendimento di abilità motorie
In aggiunta alla memoria a breve termine, una capacità che si era conservata integra 
 
RAPPORTI TRA TALAMO, IPPOCAMPO, AMIGDALA, CERVELLETTO, dettagli  2
  
fu quella di apprendere abilità motorie. In uno studio condotto dalla Milner all'inizio degli anni sessanta, H.M. fu sottoposto ad un test di memoria procedurale che consisteva nel riprodurre una figura, ridisegnandola, guardando la propria mano riflessa in uno specchio. H.M. migliorava la sua prestazione come una persona normale e questo risultato fu replicato in altri studi condotti da Corkin (1968). La capacità di H.M. di svolgere alcune procedure di problem-solving sono state inoltre dimostrate tramite il Tower of Hanoi task. Ciò fece supporre che H.M. potesse formare memorie implicite, in contrapposizione alle memorie esplicite (semantiche e episodiche) che non riusciva a ritenere per più di manciata di secondi. Questo portò alla conclusione che anche memoria implicita ed esplicita fossero presiedute da substrati neurali differenti.
Memoria Spaziale
Lo studio del caso H.M. ha anche messo in luce le possibili basi neurali della memoria spaziale e del processamento dell'informazione spaziale. A dispetto del suo generale deficit mnestico per quanto riguarda il consolidamento di nuovi ricordi episodico-semantici, e di alcuni suoi gravi handicap nel processamento dell'informazione spaziale, è stato rilevato tramite test specifici, che H.M. era in grado di disegnare una piantina topografica della sua abitazione. Questa scoperta fu eclatante, in quanto H.M. si trasferì in quel luogo 5 anni dopo l'intervento. Secondo Corkin, questo fenomeno era dovuto alla parziale integrità della parte posteriore del giro paraippocampale. In più H.M. era capace di svolgere compiti di memorizzazione-riconoscimento di fotografie di volti celebri (anche se in questo caso tramite l'aiuto di indizi fonemici). La performance positiva al riconoscimento di foto può essere dovuta al fatto che l'operazione ha risparmiato parte della sua corteccia peririnale ventrale. La scoperta di questi fenomeni fu di vitale importanza per migliorare la comprensione delle diverse strutture del lobo temporale mediale. I deficit nella memoria spaziale di H.M. hanno infatti apportato ulteriori evidenze circa il ruolo dell'ippocampo nel acquisizione delle memorie di luoghi.
Processo di consolidamento
Le lesioni cerebrali subite da H.M. hanno inoltre messo in risalto alcuni aspetti del processo di consolidamento dei ricordi. Egli infatti era incapace di generare e consolidare nuovi ricordi anche se memorie della sua infanzia, ad esempio, sono rimaste intatte. Questo ha portato a revisionare il ruolo del lobo temporale mediale rispetto ai processi di memoria. È probabile che questo sito sia coinvolto solo nel consolidamento di tracce mnestiche e che, dopo un certo periodo di tempo, esse vengano "spostate" in altri siti corticali. Questo spiegherebbe il perché H.M. conservasse vecchi ricordi, ma fosse impossibilitato a immagazzinarne di nuovi.

Freud e la scienza

 
 
La vita cosciente è influenzata da eventi ormai dimenticati.
 
 
I ricordi cancellati e l'inconscio condizionano la nostra vita e le nostre scelte apparentemente più coscienti: ecco perché le ultime ricerche danno ragione a Freud.
 
Il primo a teorizzare, alla fine dell'800, l'esistenza di una parte della mente che sfugge al nostro controllo razionale fu Freud: secondo il neurologo austriaco il nostro comportamento è dovuto a un guazzabuglio di emozioni, pulsioni e motivazioni legate a tracce lasciate nell'infanzia e diventate non coscienti. Ma buona parte dei neuroscienziati ha guardato con sospetto le idee di Freud perché non verificabili con il metodo sperimentale. Oggi però le neuroscienze stanno dimostrando che l'inconscio esiste e che Freud aveva ragione. Prendiamo per esempio la repressione: secondo Freud i 
 
Ricostruzione di Freud e il suo studio di Vienna
  
ricordi indesiderati e spiacevoli possono essere deliberatamente dimenticati. L'anno scorso Michael Anderson e Collin Green dell'University of Oregon hanno dimostrato che la repressione esiste, ed è molto frequente. In laboratorio, in condizioni controllate, hanno "imitato" la repressione dimostrando che se si cerca deliberatamente di dimenticare alcuni vocaboli, successivamente si ha difficoltà a ricordarli, anche se qualcuno ci promette denaro. Se poi pensate che la scelta del partner sia dovuta a fattori contingenti, vi illudete. Anche in questo caso I'inconscio vi ha giocato uno scherzo. Vi ricordate il complesso di Edipo di Freud? Tutti i 
 
Amigdala e ippocampo memoria emotiva; memoria a lungo termine e spaziale
  
bambini, diceva, si innamorano del genitore dell'altro sesso. David Perrett dell'University  of St. Andrews, in Scozia, ha dimostrato che ad attirarci sessualmente da adulti sarebbero proprio i visi che più ci ricordano i nostri genitori quando li abbiamo conosciuti. Insomma, impareremmo che cosa cercare in un partner guardando mamma e papà durante l'infanzia. Sono solo alcuni esempi in cui Freud sembra aver trovato alleati anche al di fuori della psicanalisi. Ma la stessa psicanalisi ha rivisto profondamente il modo di intendere l'inconscio. Spiega 
 
 
 
Funzioni e cervello in 3D
 
Vittorio Lingiardi, psichiatra e psicanalista che insegna a Roma: «Secondo Freud era un po' come la "cantina della mente": il magazzino in cui nascondiamo le cose spiacevoli, che non ci piace ricordare. Oggi, invece, anche per la psicanalisi è diventato una fucina di pensieri e di emozioni in cui le nostre esperienze sono rielaborate in continuazione». Un po' come accade con i ricordi, influenzati in continuazione da emozioni, associazioni affettive e dalla situazione in cui ci troviamo a ricordare. I più pensano che la memoria sia una specie di ripostiglio dove possono essere archiviati i ricordi richiamabili alla coscienza quando serve. In realtà esistono 
 
Funzioni e cervello in 3D altra vista
  
particolari tipi di ricordi, detti "memorie implicite", di cui non siamo consapevoli, che influenzano fin dalla nascita lo sviluppo della personalità. Prima della maturazione dell'ippocampo, il cervello registra le abilità gestuali, le acquisizioni per condiziona-mento (se cadi, ti fai male) e forse anche nomi e significati degli oggetti soltanto come "abilità non consapevoli". Ma non è solo un problema di maturazione dell'ippocampo. Nel nostro database inaccessibile ci sono tutti i "ricordi" di quando non sapevamo ancora parlare e descrivere emozioni e stati d'animo. Harlene Hayne e Gabrielle Simcock, psicologhe dell'University of Otago (Nuova Zelanda), sono convinte che anche se non si ricordano gli eventi della prima infanzia, essi sono ancora li. Quello che ci manca è il catalogatore per raggiungerli: il vocabolario. Le ricercatrici hanno fatto 
 
Sigmund Freud
  
giocare alcuni bimbi con uno strumento complesso. Quando, un anno dopo, li hanno interrogati, i bambini hanno risposto usando il vocabolario di cui disponevano I'anno prima. «In un anno avevano acquisito un vocabolario molto più completo, ma non erano in grado di usarlo per descrivere l'esperienza dell'anno precedente» dice Hayne. Eppure il ricordo dell'esperienza era li: quando ai bambini fu mostrata una foto del gioco, erano in grado di dimostrare come ci avevano giocato. (Emisfero destro foto antico, emisfero sinistro parola, moderno) La loro abilità di ricordare era superiore alla loro capacità di parlarne. «II linguaggio funziona come un sistema di catalogazione per la memoria» dice Hayne. 
 
Funzioni e cervello in 3D altra vista
  
«Le esperienze che precedono la possibilità di catalogarle con il linguaggio spariscono, perché non hanno indice. II volume è nello scaffale, ma solo il caso lo fa trovare».
Pertanto buona parte di ciò che facciamo lo dobbiamo proprio alle memorie implicite. Spiega Alberto Oliverio, direttore dell'Istituto di Psicobiologia del Cnr: «Quando guidiamo l'auto, andiamo in bici o manipoliamo oggetti, in realtà usiamo una serie molto complessa di aggiustamenti motori senza rendercene conto». Anzi, li usiamo così bene proprio perché non ce ne rendiamo conto: se dovessimo comportarci al volante come alla prima lezione di guida (adesso metto in folle; accendo il motore; metto la freccia; inserisco la prima e schiaccio I'acceleratore) il traffíco sarebbe lento e faremmo più incidenti. Abbiamo imparato davvero qualcosa quando dimentichiamo di conoscerla. Ma I'inconscio agisce ancora più 
 
  
 
profondamente. Dice Oliverio: «A volte estendiamo alcune caratteristiche di una persona che ci è simpatica o antipatica ad altre. convinti inconsciamente che alcuni tratti somatici siano tipici della simpatia». Forse è proprio per questo che la prima impressione, "a pelle", ci influenza più di quelle successive. Per quanto ci riguarda, invece, amiamo idealizzarci. Se un attore, alla fine di un monologo, viene fischiato, può dare la colpa alla sua cattiva recitazione o all'ignoranza del pubblico. La prima ipotesi è razionale ma dolorosa. La seconda, non fa soffrire ma nega la realtà. Di noi ci piace pensare che siamo buoni, bravi, onesti. L'inconscio però sa la verità. «La coscienza è una facciata per ingannare gli altri e noi stessi. La verità è nell'inconscio» dice Robert Trivers della Rutgers University (Usa). «L'auto-inganno 
 
Funzioni e cervello in 3D; amigadala e relazioni conl'ippocampo
  
ha una sua utilità: se riesci a convincerti che sei il migliore, bluffi meglio. Mentre se conosci le tue debolezze, le condizioni competitive ti mettono in difficoltà. Insomma, meglio credere di essere i migliori, anche se non è vero».
 
 

giovedì 16 agosto 2012

L'insegnamento bimodale da R. Sperry a S. Krashen e capacità cerebrali da 4 a 21 anni!



 L'insegnamento bimodale da R. Sperry a S. Krashen  e capacità cerebrali da 4 a 21 anni!



Se ci troviamo di fronte un allievo che è meno propenso a parlare correttamente ed è più propenso ad usare la comunicazione corporea (gesto, espressioni del viso, ecc.), 


  


un allievo che ha un repertorio lessicale scarso e trova difficile discriminare i suoni verbali noi diciamo subito che ci si trova di fronte ad un allievo problematico se non 


  


addirittura diversamente abile, non prendiamo nemmeno in considerazione che si tratta di un individuo predisposto verso la modalità destra!
Il modello teorico del nostro allievo è 


  


invece, più propenso a comunicare verbalmente, ha un repertorio lessicale variato e ricco e riconosce facilmente le discriminazioni fonetiche. Questo allievo che per un docente risulta vincente è un 



 


individuo predisposto verso la modalità sinistra! Insomma gli allievi apprendono con modalità differenti. Non possono essere valutati docimologicamente con lo stesso metro!  Questo concetto è stato già espresso sia dal linguista S. Krashen,   sia in base agli studi condotti dal Premio Nobel R. Sperry nonchè dall'applicazione della teoria delle intelligenze multiple di Haward Gardner


 

mercoledì 15 agosto 2012

EMISFERI CEREBRALI ED EVOLUZIONE



 


I due emisferi cerebrali rappresentano simbolicamente un modello di "coppia di opposti" che interagiscono sinergicamente e costituiscono di fatto una unica unità funzionale per l’adattamento e lo sviluppo del "sistema uomo".
Uno degli aspetti più interessanti e peraltro ben poco chiari del nostro cervello riguarda la caratteristica configurazione dicotomica o bicompartimentale della corteccia cerebrale rappresentata dai suoi due emisferi.
Gli emisferi cerebrali destro e sinistro sono le strutture nervose più recenti (neocortex) dal punto vista filogenetico, sono quasi identiche e poste in maniera speculare l’una rispetto all’altra; gli emisferi "parlano" tra di loro tramite un enorme fascio di fibre che li collega, chiamato corpo calloso; molte informazioni sul loro funzionamento provengono dallo studio di pazienti che avevano subito la resezione chirurgica di queste fibre e che conseguentemente incarnavano un specie di "cervello diviso".
L’emisfero sinistro controlla i movimenti e la sensibilità della parte destra del corpo e viceversa, ciò è dovuto al fatto che le fibre nervose provenienti dai due emisferi cerebrali si incrociano a livello del midollo allungato (la parte terminale dell’encefalo).
 
 
EMISFERI E SISTEMA LIMBICO
  
I due emisferi differiscono anche per dimensione: l’emisfero destro sembrerebbe essere più pesante e con la corteccia più spessa; l’emisfero sinistro ha la porzione temporale più estesa rispetto al destro. Le differenze funzionali tra i due emisferi non si limitano al controllo della motricità e della sensibilità del corpo umano ma riguardano anche una diversa specializzazione rispetto alle funzioni cognitive; più in generale, si può dire che l’emisfero sinistro è più specializzato nelle funzioni linguistiche (e quindi nella comunicazione) mentre il destro nelle funzioni che implicano una elaborazione di tipo "visuo-spaziale". Da un punto di vista
 
 
  
 
 
filogenetico, si può dire che la preferenza manuale destra (e forse anche la specializzazione dell’emisfero sinistro per il linguaggio) risale ad alcuni milioni di anni fa e sembra essere una peculiarità specie- specifica dell’homo sapiens, in quanto le "asimmetrie funzionali" presenti nelle altre specie animali sono di poco rilievo e talvolta dubbie. E’ molto probabile che la specializzazione emisferica nell’uomo abbia avuto come tappa evolutiva fondamentale quella della stazione eretta; questa "conquista evolutiva" ha consentito all’uomo un controllo più ampio dello spazio e la possibilità di utilizzare gli arti superiori, le mani, per manipolare oggetti e stimolare quindi una specializzazione funzionale delle due metà del cervello. Una ulteriore considerazione riguarda il fatto che originariamente il linguaggio era di tipo gestuale e quindi la mano destra (controllata dall’emisfero sinistro) essendo più abile nelle sequenze motorie fini, ha avuto un ruolo importante nello sviluppo della comunicazione che successivamente sarebbe diventata di tipo verbale; ciò conferma inevitabilmente la peculiarità dell’emisfero sinistro nelle funzioni linguistiche.
 
 
 
FUNZIONI DEGLI EMISFERI CEREBRALI

 

L’emisfero sinistro: è stato per molto tempo il più studiato dal punto di vista neuropsicologico a causa del suo coinvolgimento nei processi linguistici e quindi del suo "valore localizzatorio" nello studio delle lesioni cerebrali; già nel 2500 a.C. circa, i medici egiziani segnalavano la stretta associazione tra disturbi del linguaggio e paralisi del lato destro del corpo; questo emisfero sembrerebbe avere funzioni più specifiche del suo controlaterale.
Per quanto riguarda livelli alti di elaborazione cognitiva, questo emisfero sembrerebbe avere una specializzazione nei processi di analisi e categorizzazione; in altre parole nella capacità di scomporre analiticamente una configurazione globale nei suoi elementi costituenti (sia questa una figura, un problema o un concetto).
L’emisfero destro: è stato senz’altro meno studiato probabilmente a causa della sua relativa "asintomaticità" nel caso di lesioni cerebrali, e solo da pochi anni è stata studiata a fondo la sua peculiarità per le prestazioni visuo-spaziali. Questo emisfero sembra collegato più dell’altro al lato affettivo ed emotivo del comportamento; considerando l’aspetto filogenetico, alcuni esperimenti hanno dimostrato che l’emisfero destro del ratto ha un ruolo predominante nei comportamenti aggressivi ed emotivi, inoltre è stata postulata l’esistenza di una relazione tra comportamenti di paura, attacco, lotta e fuga (comportamenti che nei nostri predecessori erano strettamente collegati alla conservazione del territorio) e la capacità di organizzare una rappresentazione mentale dello spazio fisico.

 
la corteccia visiva

 
Da un punto di vista funzionale questo emisfero è specializzato nella elaborazione degli stimoli visivi, nella rappresentazione mentale dello spazio e del tempo (ad esempio nel ruotare mentalmente una figura), nel riconoscimento dei volti non conosciuti, nel riconoscimento delle espressioni facciali (spesso espressione di stati emotivi) nella percezione e nella produzione della musica.  Considerando il funzionamento di questo emisfero rispetto a funzioni cognitive gerarchicamente superiori, una serie di dati sperimentali ne mette in rilievo la peculiarità nei processi di sintesi e nella percezione della globalità di una struttura, (figura, problema, o concetto che sia), partendo dagli elementi che la compongono. Per esempio nel caso di una immagine, la capacità di unire l’insieme dei dettagli percependo la figura nel suo insieme. La neuropsicologia sembra non prendere in considerazione modelli definiti "fantasiosi", come quello che attribuirebbe all’emisfero sinistro il pensiero logico-razionale ed al destro il pensiero creativo ed artistico. A questo proposito credo che vadano fatte alcune considerazioni: è indubbio che i due emisferi funzionino come un’unica struttura, i dati sulla plasticità neuronale del nostro cervello (il fatto che in caso di lesioni del tessuto nervoso, altre aree, a volte nell’emisfero opposto a quello leso, sostituiscano funzionalmente quelle "morte") sono molto consistenti, ciò non toglie nulla, e quindi non è in opposizione al fatto che i due emisferi abbiano una certa specificità anche nel funzionamento a livello "superiore". Il modello "emisfero sinistro - pensiero razionale ed emisfero destro - pensiero creativo", se non viene inteso come una rigida dicotomia, è in realtà coerente a molte osservazioni rilevate sia nella esperienza clinica che psicoanalitica.

Paul D. MacLean, cervello tripartito e cognizione




Paul D. MacLean (1970/1990) ha elaborato un modello della struttura e dell’evoluzione dell’encefalo, descrivendolo come “Triune Brain” (cervello uno e trino) perché vi ha individuato tre formazioni anatomiche e funzionali principali che si sono sovrapposte ed integrate nel corso dell’evoluzione. A queste tre formazioni egli ha dato i nomi di cervello rettiliano (Protorettiliano, R-complex), cervello mammaliano antico (Paleomammaliano, Sistema Limbico) e cervello mammaliano 

  


recente (Neomammaliano) “Si pensa che il cervello rettiliano rappresenti il centro fondamentale del sistema nervoso, essendo costituito dalla parte superiore del midollo spinale, da parti del mesencefalo, dal diencefalo e dai gangli della base” [ovvero dall’olfattostriato (tubercoli olfattori e nucleo accumbens) e da strutture definite come appartenenti al corpo striato (nucleo caudato, putamen, globo pallido e sostanza grigia associata) (MacLean 1985a, p. 220)] … Secondo MacLean (1973a, trad. it. 1984, p. 7) “il cervello di tipo rettiliano che si trova nei mammiferi è fondamentale per le forme di 

  


comportamento stabilite geneticamente, quali scegliere il luogo dove abitare, prendere possesso del territorio, impegnarsi in vari tipi di parata [comportamenti dimostrativi], cacciare, ritornare alla propria dimora, accoppiarsi, [procreare], subire l’imprinting, formare gerarchie sociali e scegliere i capi”. Come osserva Isaacson (1982, p. 246), “L’R-complex è necessario per i comportamenti (esibizioni) ritualistici [che seguono una sequenza predeterminata] e la comunicazione non verbale ad essi

  


associata. A livello umano, MacLean ritiene che certe tendenze comportamentali sono dovute ad una eredità di disposizioni regolate (mediated) dalla stessa, primaria regione cerebrale. Esse includono alcune violente reazioni, la preferenza per la routine o per azioni rituali, ed alcune forme di attività sostitutiva”. Il Sistema Limbico comprende i bulbi olfattivi, il setto, il fornice, l’ippocampo, l’amigdala (in parte; la rimanente è ‘striata’, cioè rettiliana), il giro del cingolo, e i corpi mammillari. 




 


“Il cervello paleomammaliano, o sistema limbico, rappresenta un progresso dell’evoluzione del sistema nervoso perché è un dispositivo che procura agli animali che ne dispongono mezzi migliori per affrontare l’ambiente. Parti di esso concernono attività primarie correlate col nutrimento ed il sesso; altre con le emozioni e i sentimenti; ed altre ancora collegano i messaggi provenienti dal mondo esterno con quelli endogeni. La comparsa esplosiva delle attività tipiche del Sistema Limbico, ad es. a causa di epilessia [temporale], può scatenare un insieme di esperienze e sensazioni, alcune delle quali 

  


molto interessanti essendo associate con la convinzione della scoperta di verità fondamentali, senso di spersonalizzazione e stranezza, ed allucinazioni (MacLean, 1970)“ (Isaacson 1982, p. 246).
Per quando riguarda le sensazioni associate alla conoscenza delle verità fondamentali, MacLean (1973b, p.123) scrive : “Sembra che l’antico sistema limbico fornisca gli ingredienti per la forte sensazione affettiva o convinzione che noi attacchiamo alle nostre credenze, senza badare se siano vere o false!”
Isaacson aggiunge: “Un altro modo di concepire il sistema limbico è vederlo come regolatore dell’R-complex. In base alle osservazioni sperimentali, tale 



  


regolazione sembra essere di natura inibitoria. La stimolazione del sistema limbico spesso sopprime comportamenti incipienti, mentre lesioni in esso prodotte spesso risultano “liberare” [ovvero disinibire] varie attività” (Isaacson 1982, p. 246). “Il cervello neomammaliano consiste nel Neocortex e nelle strutture del tronco cerebrale con le quali è primariamente connesso” (MacLean 1985a, p. 220), come i lemnischi, i tratti piramidali ed anche il neo-talamo. La neocorteccia è una delle 

  


strutture nervose più ampiamente studiate, ma allo stesso tempo una delle meno conosciute. Essa è, a livello umano, la sede del linguaggio ed, in generale, è la sede di quei comportamenti che permettono ad una persona di affrontare situazioni nuove ed inaspettate. L’abilità di prevedere il futuro risiede in essa. Noi dobbiamo il pensiero cosciente alla neocorteccia: è la sede dell’autocoscienza, delle concezioni dello spazio e del tempo, delle connessioni di

  


causalità e di costanza. “Non si sottolineerà mai abbastanza che questi tre tipi fondamentali di cervello presentano fra loro grosse differenze strutturali e chimiche. Eppure devono fondersi e funzionare tutti e tre insieme come un cervello uno e trino . La cosa straordinaria è che la natura sia stata capace di collegarli fra di loro e di stabilire una qualche sorta di comunicazione dall’uno all’altro.” (MacLean 1973a; trad. it. 1984, p. 5). (Da “Il cervello tripartito“)





Strutture nervose, istanze psichiche e apprendimento  (di A. Oliverio)
Intorno agli anni Settanta del Novecento, Paul D. MacLean ha proposto una teoria secondo cui nel corso della storia evolutiva dei vertebrati l'accrescimento in complessità del sistema nervoso si sarebbe compiuto attraverso tappe successive che hanno comportato l'emergere di strutture e funzioni diverse. Per quanto riguarda le strutture più antiche, quelle del midollo
  

spinale, esse compaiono nei vertebrati primitivi e giocano un ruolo, anche nei
vertebrati più evoluti, in attività riflesse di mantenimento come la respirazione, la
circolazione, la locomozione, l'accoppiamento. Tutti i riflessi, da quelli che regolano la respirazione a quelli che sono alla base di un'erezione in risposta a stimoli sessuali, fanno capo a meccanismi innati. Ad un livello superiore strutture cerebrali più recenti, come il paleoencefalo già presente nei rettili, presiedono ad attività istintive e sono la sede di
comportamenti emotivi. Nel paleoencefalo di ogni specie sono codificate alcune 
  

attività istintive: è qui che sono programmati alcuni meccanismi innati come il comportamento sessuale, la fame, la sete, la cura della prole. I comportamenti che dipendono dalle strutture paleoencefaliche non sono cosi rigidi come quelli riflessi, e, fatto importante,
hanno correlati di tipo emotivo: ma pur essendo tipici di una particolare specie animale, sono modificabili dall'esperienza. Esistono infine, indica MacLean, strutture nervose più sviluppate nei mammiferi più evoluti, le strutture appartenenti al neoencefalo, principalmente la corteccia cerebrale responsabile delle attività di adattamento e di integrazione: l'individuo non nasce più con un pacchetto di comportamenti predeterminati, è aperto all'esperienza ed all'apprendimento.


 


La concezione “tripartita” del sistema nervoso o “teoria dei 3 cervelli” (i riflessi del primitivo midollo spinale, gli istinti e le pulsioni del paleoencefalo, le attività cognitive del neoencefalo) rimanda a tre tappe evolutive del sistema nervoso dei vertebrati e indica quali sono le origini del cervello umano: sulla base di questa concezione, le attività riflesse, istintive e cognitive rispecchiano l’Es, l’Io e il Super-io, vale a dire i tre livelli psichici postulati nella classica concezione freudiana. MacLean ha anche sostenuto che vi sono
strutture (spinomidollari e paleo-encefaliche) legate a processi inconsci, nonché strutture (neoencefaliche) responsabili delle attività consce. La teoria di MacLean fornisce una traccia interpretativa di tipo evoluzionistico e ha il vantaggio di presentare in modo sistematico i rapporti tra strutture e funzioni dei diversi livelli evolutivi del sistema nervoso centrale, dal midollo spinale alla corteccia: tuttavia, essa semplifica le interazioni che esistono tra i vari “livelli” e strutture encefaliche e presenta una concezione riduttiva dei rapporti tra processi consci e corteccia in quanto buona parte dei processi corticali sono tutt’altro che consci.